mercoledì 21 febbraio 2018

Ventimiglia, le notti di Giove. Per vedere il pianeta delle 63 lune basta alzare lo sguardo

Febbraio è il mese ideale per osservare, anche a occhio nudo, il più grande pianeta del Sistema Solare. E non solo da Ventimiglia, ovviamente.


Giove, il pianeta gassoso. Costituito principalmente da idrogeno ed elio, è il pianeta maggiore tra quelli che girano attorno al Sole.  I Romani gli diedero infatti questo nome, quello del padre degli dei, per la sua grandezza. Se fosse una scatola, potrebbe ospitare al suo interno fino a 1300 copie del pianeta Terra.

Se il cielo è sereno..

Se il cielo è sereno, come lo era la notte scorsa, abbiamo sempre più tempo a disposizione per osservare Giove, che in questo periodo domina il cielo ed è visibile anche senza alcuno strumento ottico, grazie anche al fatto che febbraio è un mese con tre sole fasi lunari, invece delle consuete 4 e senza nessuna Luna Piena (l'ultima volta è accaduto nel 2014 e capiterà di nuovo nel 2031).
Verso la fine di questo mese Giove sarà visibile per quasi tutta la seconda parte della notte nella costellazione della Bilancia.

Le scoperte di Galileo

E se aguzzate un po' la vista (o servendovi di un semplice binocolo) potreste scorgere vicino a lui altri 4 puntini luminosi: Io, Europa, Callisto e Ganimede. Sono i suoi satelliti galileiani (le sue 4 lune più grandi, delle ben 63 che gli orbitano intorno). Si chiamano così perché fu Galileo Galilei a scoprirli nel 1610.




Le immagini

Le immagini che vi propongo (alcuni screenshot dall'iPhone con GoSkyWatch Planetarium e Mappa Stellare) sono state riprese stanotte, quando Giove era quasi alla sua massima altezza sull'orizzonte. 

Se vi piace tirar tardi, stanotte date anche voi un'occhiata al cielo, sempre che sia sereno (altrimenti tenete pronto il vostro cell!).

Enzo Iorio

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lunedì 19 febbraio 2018

Francesco Brea, sala gremita per la conferenza sul “pittore transfrontaliero” del Cinquecento.

L’incontro del 17 febbraio a Ventimiglia tra studiosi ed esperti italiani e francesi. "Un artista che merita di essere recuperato dall’oblio".

Il volume di Luc Thévenon raccoglie l'intera opera pittorica di Francesco Brea. (© B. Palmero)

“François Bréa. Un itinéraire dans les Alpes Maritimes/Francesco Brea. Itinerari pittorici nelle Alpi Marittime”, a cura di M. Luc Thévenon, e con l’intervento degli storici dell’arte Massimo Bartoletti, Alfonso Sista e Tiziana Zennaro.
Francesco Brea: “un pittore transfrontaliero” del Cinquecento.

Testo: Beatrice Palmero
Foto: Giuseppe Picchianti, Teresa Palmero

L’Associazione AssoLab Startam è riuscita nel suo intento: riunire l’attività culturale oltre frontiera con la presentazione a Ventimiglia di un artista misconosciuto nel panorama della pittura tardomedievale: Francesco Brea. L’incontro del 17 febbraio, presso la sala multimediale del chiostro di S. Agostino, aveva lo scopo di far conoscere questo artista del Cinquecento, che fa capo alla meglio nota scuola di Ludovico Brea, suo zio. Il dott. Luc Thévenon (Conservateur en chef du Patrimoine e già direttore del Musée d’Art et d’Histoire du Musée Masséna de Nice) ha presentato al folto pubblico di Ventimiglia, il suo studio su Francesco, un artista che merita di essere recuperato dall’oblio.

Luc Thévenon (© G. Picchianti)


Con una ricchissima carrellata di immagini, tratte dal suo catalogo, M. Thévenon ha condotto il pubblico alla scoperta del pittore. La sua esposizione molto chiara e interessante ha messo in evidenza le qualità ritrattistiche, paesaggistiche e di colore proprie delle opere di Francesco.

Con il linguaggio internazionale della musica, Adriano Meggetto e Sergio Basilico hanno introdotto amabilmente il proficuo confronto tra gli esperti di storia dell’arte intervenuti: Tiziana Zennaro e Alfonso Sista

Adriano Meggetto e Sergio Basilico (© G. Picchianti)


M. Thévenon ha portato infatti l’attenzione su una tavola collocata nella cappella della famiglia dei Galleani in S. Agostino, che il Bres aveva attribuito alla bottega dei Brea. 
La fattura e i tratti stilistici manieristi portavano a datare il dipinto nella seconda metà del Cinquecento e gli studi recenti di area genovese hanno potuto identificare l’autore nel pittore De Rossi. M. Thévenon ha quindi guidato un sopralluogo nella chiesa di S. Agostino per gli intervenuti, e ha fatto interessanti osservazioni sull’altare dei Galleani. Questo presenta una scomposizione di pannelli lignei (una Madonna con Bambino e il S. Agostino, racchiuso nell’ovale baroccheggiante), e il soggetto rinvia al clima controriformato della committenza. 
Nell’ipotesi di M. Thévenon, il “S. Agostino, tra i S. Antonio Abate e S. Giovanni Battista”, dovrebbe sottolineare l’autorevolezza del vescovo nella lotta alle eresie: un volto “inquietante” fa capolino da dietro il suo ginocchio e sotto ai piedi sbuca il viso sopraffatto di un eretico.

Luc Thévenon (© T. Palmero)


L’incontro transfrontaliero, incentrato sul catalogo del dott. Thévenon, edito dal Cercle Bréa di Nizza, ha portato in visita a Ventimiglia l’associazione francese, per conoscere appunto una città della committenza di Francesco. Il dott. Sista ha precisato che la bottega d’arte dei Brea nel Ponente ligure è al centro di un percorso di valorizzazione promosso dalla Soprintendenza genovese. Sono infatti in laboratorio di restauro due opere lignee provenienti da Rocchetta Nervina e da Vallebona. 
La prof.ssa Zennaro, ha interrogato invece il relatore circa i tratti arcaici del pittore di età controriformata, che ha dovuto incontrare i gusti di una committenza sensibile alla tradizione devozionale. Per la devozione popolare della storica diocesi di Ventimiglia, Francesco Brea ha prodotto più di una quindicina di opere a lui attribuite. Nella nostra città si trova ad esempio la “Maestà tra S. Luigi d’Angiò e Clara d’Assisi”, conservata nella chiesa di S. Antonio Abate, in frazione S. Antonio. 
Massimo Bartoletti, autore dello studio di restauro che ha condotto a questa attribuzione, è intervenuto infine per sottolineare i complessi snodi famigliari e di bottega della scuola ligure dei Brea. 
Al centro di un convegno internazionale a Genova una decina di anni fa, la bottega dei Brea è protagonista di complessi rapporti tra committenti illustri e la clientela dei paesi delle Alpi marittime. 

L’incontro si è concluso con l’auspicio che si proseguano le attività erudite di trascrizione notarile che consentirebbero di approfondire questi legami.  

In attesa della conferenza. (© T. Palmero)


Grazie a questo appuntamento abbiamo potuto apprezzare lo sconosciuto artista Francesco Brea, il cui stile è conforme a quell’“antirinascimento”, peculiarità dell’arte nelle Alpi marittime, come ha definito Fulvio Cervini in uno studio pubblicato su Intemelion. 
Il pittore attivo tra Nizza, la Riviera di ponente e il basso Piemonte, si configura come un artista “tranfrontaliero” nel Cinquecento così come la sua “riabilitazione” di oggi. Questo tema della transfrontalierità è sempre al centro degli interessi dell’associazione fin dalla sua fondazione, a cui è legata anche la rivista Intemelion. 

In chiusura la prof.ssa Zennaro, in qualità di vicepresidente dell’associazione, ha voluto ricordare l’impegno nella ricerca applicata ai luoghi, inaugurato con Giuseppe Palmero, che ha ricoperto da subito il ruolo di direttore scientifico del laboratorio di studi. Nata proprio come attività di ricerca e divulgazione in storia e arte delle Alpi Marittime, STARTAM quest’anno ha in programma una serie di incontri, riconosciuti nell’ambito dell’anno dell’“Heritage. Patrimonio Europeo 2018”. 
Per gli interessati è possibile partecipare e sostenere le attività con una quota annuale di tesseramento (20€), in cui è compreso il nuovo numero di Intemelion, oltre a una pubblicazione a scelta tra quelle della rivista.

Beatrice Palmero




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domenica 18 febbraio 2018

Quei liguri con la testa a pera, come i siculi... Lo diceva Indro Montanelli.

Il mistero di due popoli distanti ma con un fondamentale tratto somatico in comune, nel racconto del famoso giornalista che fu anche autore della Storia d'Italia.

Ricostruzione di fantasia di individui dolicocefali basata su alcuni teschi ritrovati in Perù.

I Liguri di ottomila anni fa erano conosciuti come uomini con la testa a pera. Una caratteristica congenita o una deformazione indotta mediante pratiche di schiacciamento?

Scartabellando tra gli ePub (mi si passi l'ossimoro) del mio vecchio Kobo, ho ritrovato la Storia d'Italia di Indro  Montanelli e mi sono messo a cercare tra le occorrenze della parola Liguri.
All’inizio del libro, quando parla di ottomila anni fa, cioè cinquemila prima che fosse fondata Roma, Montanelli scrive:
“Pare che la nostra penisola fosse allora popolata da certi liguri a nord e siculi a sud”. E subito dopo ci informa che era “gente con la testa a forma di pera”.
Il buon Indro a tal proposito non aggiunge altri dettagli, se non che si trattava di uomini e donne che vivevano “un po’ in caverna, un po’ in capannucce rotonde” e che dette abitazioni erano fatte “di sterco e di fango” e infine chiude il discorso dicendo che quella umanità per vivere “addomesticava animali e si nutriva di caccia e di pesca”.
Stando a queste affermazioni, saremmo perciò portati a credere che i Liguri, condividendo questa caratteristica con gli antichi abitanti della Trinacria, fossero dolicocefali, cioè dotati di cranio oblungo.

Dolicocefalia tra le popolazioni africane. 

Una caratteristica congenita o una deformazione indotta? 

Ora due sono le cose: o la dolicocefalia era una caratteristica congenita di due intere etnie e poi scomparsa col passare dei secoli (dando in questo ragione a Franz Boas, sostenitore della teoria secondo cui l'indice cefalico può cambiare nel corso delle generazioni a causa di fattori ambientali) oppure quella di allungare il cranio era una pratica artificiale, diffusa sia tra i Liguri che tra i Siculi.
Purtroppo il “condannato al giornalismo” come ebbe una volta a definirsi in un'intervista il fondatore del Giornale, viveva la Storia come passione e non come professione e, essendo dunque il suo intento quello di divulgarla e non di scriverne in forma accademica, non si peritò punto di suffragare le proprie affermazioni con fonti e note bibliografiche di sorta, ragioni per cui quando leggiamo le sue - peraltro godibili - narrazioni storiche sappiamo bene che non stiamo leggendo Mommsen o Momigliano, per dire, e non ci aspettiamo quindi ulteriori ragguagli.

Anche gli antichi egizi si sottoponevano a pratiche per indurre la dolicocefalia?

Trasformare artificialmente un mesocefalo in un dolicocefalo? Si può.

Indro, dal canto suo, si sarà fidato probabilmente di Erodoto o di Tucidide, forse di Strabone o di altri dai quali avrà appreso queste informazioni già mancanti di ulteriori approfondimenti, onde per cui egli stesso inizia il suo racconto con un prudente “pare che”.
Ma ciò che conta, leggendo queste storie, è quel certo languorino culturale che resta nel lettore e che lo invita a googlare in cerca di qualcosa di più. Ebbene quel lettore potrebbe restare sorpreso scoprendo che l'uso di trasformare artificialmente un mesocefalo in un dolicocefalo è stato adottato nel corso della storia da numerose popolazioni e perdura ancora oggi ad alcune latitudini.
Generalmente l’operazione viene effettuata sui neonati, mediante fasciature, assi di legno, corde, manufatti in cuoio.

Alcune tecniche utilizzate da popolazioni precolombiane per deformare il cranio.

Ma a quale scopo allungare il cranio di un individuo?

Per motivi estetici, ma anche e soprattutto per conferirgli austerità, superiorità, potere. Su questo abbiamo una testimonianza di Ippocrate (460-370 a. C.) che parlando degli Sciti dice che adottavano quel sistema per garantire una certa distinzione aristocratica. Si sa anche che alcuni popoli credevano che la testa allungata facesse rassomigliare agli dei...
In conclusione vi lascio qualche immagine (spero non troppo da "giornale dei misteri"!) e un paio di link da cui partire perché forse anche voi, a questo punto, state avvertendo quel certo languorino.
Buona fortuna e attenti al lupo (ehm... ai "fake").

http://www.bbc.com/earth/story/20141013-why-we-reshape-childrens-skulls
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Dolicocefalia
In Google immagini: dolicocefalia indotta.


Enzo Iorio


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venerdì 16 febbraio 2018

Anche oggi gli Stati Uniti riconfermano un grande iteresse per il nostro blog

Secondo le statistiche di Google, quotidianamente il numero di visualizzazioni dagli Usa è quasi la metà rispetto a quelle registrate dal nostro Paese.

Uno screenshot della sezione statistiche di 20miglia.com

20miglia.com, come ben sa chi ci segue abitualmente, non è un sito di notizie ma un blog, completamente non profit, on line dal 2006.
Amiamo definirci "un piccolo blog" perché la gestione dei contenuti e degli aspetti tecnici è interamente affidata alla passione e al tempo libero, eppure non possiamo non provare grande soddisfazione quando ci imbattiamo nelle statistiche elaborate dalla piattaforma Blogger (Google) su cui sono ospitate le nostre pagine da quel primo post del 2 settembre 2006.

I dati che vi presentiamo oggi (ed è la prima volta - e l'ultima - che ci mettiamo così a nudo), si riferiscono a una rilevazione basata su un intervallo di tempo inferiore alle 24 ore ma è una riconferma, in chiave crescente, di un trend che il nostro sito registra da ormai diversi anni. Analizzando le chiavi di ricerca che indirizzano i visitatori americani su 20miglia.com, scopriamo che - ovviamente - si tratta di parole strettamente collegate all'area semantica di riferimento del blog: cultura, arte e tradizioni del Ponente Ligure.

iPhone ha superato Windows nella gara tra sistemi operativi e dispositivi.


Continuando a leggere le statistiche elaborate da Google troviamo al terzo posto l'Ucraina (1/6 delle visualizzazioni dall'Italia), seguita dalla Francia, dall'Irlanda, dall'India e dalla Germania. Altri Paesi sono presenti saltuariamente e con numeri trascurabili, ma prendiamo atto che ci leggono anche da Tonga.

È probabile che l'incremento delle visite dall'estero sia dovuto anche al servizio di traduzione automatica che abbiamo implementato da qualche mese nel nostro template, ma ci piace pensare che a portare sempre più persone a contatto con temi liguri sia l'interesse sempre crescente verso la nostra Regione.
È tutto. That's it.
Se viemu (oppure in tongano: Ma'u ha aho lelei!).

Enzo Iorio

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A Ventimiglia, “Francesco Brea: un itinerario pittorico nelle Alpi Marittime del Cinquecento”
Sabato 17 febbraio, sala conferenze del Chiostro di Sant’Agostino
Il chiostro di Sant'Agostino al calar della sera.


L’AssoLab StartAM organizza, col patrocinio del Comune di Ventimiglia e della Biblioteca Civica Aprosiana, la conferenza dal titolo:
Francesco Brea: un itinerario pittorico nelle Alpi Marittime del Cinquecento”.

Sabato 17 febbraio alle ore 16:30, presso la Sala del Chiostro della Chiesa di Sant’Agostino, a Ventimiglia, il Prof. Luc Thévenon, insieme agli storici dell’arte Prof.ssa Tiziana Zennaro e Dott. Alfonso Sista, ripercorreranno l’itinerario del pittore cinquecentesco Francesco Brea nelle Alpi Marittime. Durante la conferenza verranno, inoltre, proiettate immagini e slides delle opere più importanti a supporto della spiegazione offerta dagli esperti.
L’incontro, curato dall’AssoLab StartAM, associazione culturale creata nel 2009 e che vanta tra i soci fondatori personalità culturali ed esperti di storia, arte, architettura e studiosi locali, vuole essere un momento di condivisione dell’idea di superamento delle frontiere e delle divisioni nazionali, almeno per quanto concerne la cultura e la condivisione della bellezza naturale e del genio umano.
Sarà possibile anche iscriversi o rinnovare l’adesione a StartAM: col versamento della quota annuale verranno offerti, in omaggio, l’ultimo numero del Quaderno annuale di studi INTEMELION e gli atti del primo convegno di studi transfrontalieri promossi dall’Associazione.



L’incontro è pubblico: la cittadinanza è cordialmente invitata.

[Comunicato stampa Assolab Startam]



Leggi anche:
Chi era Francesco Brea, il chierico pittore che operò tra Nizza e Taggia


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giovedì 15 febbraio 2018

Chi era Francesco Brea, il chierico pittore che operò tra Nizza e Taggia

Prese la tonsura ma sposò Franceschetta. La sua vera passione però fu la pittura.

Francesco Brea, Santa Maria Maddalena tra due sante. Olio su tavola, cm. 70x94.
Francesco Brea fu l'ultimo esponente di una famiglia di pittori di origine nizzarda della quale possediamo notizie biografiche piuttosco scarse e frammentarie. 
Figlio di Antonio, sappiamo che nacque a Nizza ma la data di nascita è talmente incerta che la maggior parte delle biografie propongono un prudente "verso la fine del Quattrocento". 
Un punto fermo però c'è ed è il giorno in cui il ragazzo, presumibilmente sollecitato dal padre, si sottopose al taglio di cinque ciocche di capelli, come simbolica forma di rinuncia al mondo, cioè prese la tonsura
Era il 2 maggio 1512 e possiamo immaginare che proprio indossando i panni del chierico sviluppasse maggiore dimestichezza coi pennelli e con i pigmenti colorati.
Certo è che l'arte sacra non bastò a sublimare le pulsioni terrene di Francesco, tant'è che una notizia riferitaci da Léon-Honoré Labande nel suo volume del 1937 dedicato ai Brea, ci informa che alle soglie della maturità decise di sposarsi con una certa Franceschetta (correva l'anno 1536). 

I personaggi, i luoghi, gli avvenimenti che raccontano la nostra storia.

Nel 1538 ritroviamo Francesco a Taggia, dove risiede con una certa stabilità almeno fino al 1547. Nelle chiese tabiesi realizza numerose opere quali il Crocifisso nella parrocchiale (del 1543, ormai perduto), gli affreschi nel palazzo comunale (del 1544, anch'essi perduti), il polittico di S. Tommaso per la chiesa di S. Domenico - del quale rimane però solo la tavola che raffigura S. Antonino.
Ma Francesco è attivo anche a Ceriana dove, nel 1545, esegue il polittico con S. Caterina d'Alessandria. 

A partire dal 1547 inizia il felice rapporto di collaborazione con Giovanni Cambiaso per un'impegnativa opera di decorazione ad affresco delle pareti e delle volte della chiesa di S. Maria del Canneto presso Taggia. Quest'avventura mostrerà però anche i limiti della poetica del Brea che, raffrontata all'incipiente innovazione pittorica proposta dal Cambiaso (che importa in Liguria l'eco della pittura romana di primo Cinquecento) appare ancora saldamente inchiodata alla tradizione del secolo precedente.
Di Francesco Brea restano numerose testimonianze sparse nell'area ligure-provenzale. 
La sua ultima opera è probabilmente una pala d'altare che rappresenta la Vergine del Rosario. Firmata e datata (1555), è conservata nella chiesa di St. Martin-d'Entraunes, nell'entroterra di Nizza.

Enzo Iorio
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Cento passi contro le mafie, all'Aprosiana di Ventimiglia

Sabato 17 febbraio il racconto dell'esperienza nelle terre confiscate alle mafie.

L'esperienza dei dipendenti e dei Soci Coop al campo di formazione e di impegno nelle terre confiscate alle mafie.
Conferenza

100 PASSI VERSO IL 21 MARZO
Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie

Sabato 17 febbraio 2018 – ore 16.00

Biblioteca Civica Aprosiana
Piazza Bassi, 1 – Ventimiglia

Ingresso libero




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Nuovi corsi di Informatica al Centro per Adulti di Ventimiglia

A partire da marzo, presso la sede ventimigliese del CPIA di Imperia.

Partono a marzo i nuovi corsi di Informatica del CPIA (Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti).
Si tratta di corsi riservati a chi ha più di 16 anni. Le lezioni si terranno nelle aule della sede di Ventimiglia, in orario serale, con insegnanti del MIUR.
Gli incontri si svolgeranno a partire dal 5 marzo.
Per informazioni su tipologia, livelli, date e costi dei corsi, consultare la pagina ufficiale del CPIA di Imperia: http://www.cpiaimperia.it

CPIA Imperia

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Cucinare? Un atto d'amore con Marco Bianchi

Venerdì 16 febbraio, a Ventimiglia, una serata con il divulgatore scientifico della Fondazione Veronesi.

Marco Bianchi

CUCINARE
è un atto d’amore

Serata dedicata alla prevenzione e alla salute a tavola

con MARCO BIANCHI
(divulgatore scientifico Fondazione Veronesi)

VENERDI 16 FEBBRAIO, ORE 21,00

Teatro Comunale – Ventimiglia



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martedì 13 febbraio 2018

A Bordighera "Giovanna d'Arco - Visioni di una donna" il nuovo spettacolo teatrale di Aldo Rape'

Sabato 17 Febbraio alle ore 21.00, al teatro del Palazzo del Parco di Bordighera.

Un momento dello spettacolo.

Grande attesa per la ripresa di TeaLtro, la nuova stagione teatrale invernale di Bordighera, la cui Direzione Artistica è stata affidata per il 2018 a “LIBER theatrum”.

Dopo il grande successo di pubblico ottenuto da “Ridere rende liberi” il nuovo spettacolo per la regia di Diego Marangon in occasione della Giornata della Memoria, il prossimo appuntamento è fissato per Sabato 17 Febbraio alle ore 21.00 al teatro del Palazzo del Parco di Bordighera con “JEANNE d'ARC – Visioni di una donna” (originariamente Giovanna d'Arco 'A Santuzza) per la regia e drammaturgia di Aldo Rapè e le musiche originali di Aldo Giordano. Una produzione esecutiva PRIMAQUINTA TEATRO con il sostegno del Comune di Caltanissetta.

Sei le attrici in scena, tutte giovani siciliane, per uno spettacolo che già si preannuncia molto intenso, suggestivo, audace, intrigante, certamente inaspettato e che sorprenderà il pubblico. Quest'ultimo memore della grandissima emozione suscitata dalla visione di “MUTU” il bellissimo lavoro dedicato al tema della mafia, con cui Rapè ha vinto al Festival di Avignone il premio riservato al miglior spettacolo in lingua straniera davanti a ben 1.200 concorrenti!

Partendo dalla citazione tratta da “Il grande inquisitore” di Dostoevskij “L’uomo non cerca tanto Dio quanto i miracoli” Aldo Rapè trasferisce la storia e le vicende della giovane contadina francese, che durante la guerra dei Cent’anni guida il popolo contro gli inglesi invasori per finire poi catturata, accusata di eresia e stregoneria e bruciata viva dall’Inquisizione, in Sicilia, terra di miti e credenze, dove una Donna si prepara per i solenni festeggiamenti della santa del paese, Santa Giovanna D’Arco, in cerca di un miracolo. Il mondo visionario e rivoluzionario dell’eroina francese e santa cattolica, condannata al rogo ed arsa viva nel maggio del 1431. La prova della verginità, le apparizioni sotto l’albero delle Fate, l’incontro con San Michele, il miracoloso riconoscimento del re, la battaglia di Orleans, la cattura, il processo ed infine il rogo. Il tutto si sovrappone alla Passione di Cristo: stesso processo, stessa croce, stessa Via Crucis, stessa persecuzione del potere, per i due archetipi della sofferenza in cui il popolo riconosce la propria identità, con la forza del sacro, da sempre.

Tutte le iniziative e gli eventi selezionati da 20miglia.com
Al centro della messa in scena quindi la Donna e Dio. Forse, i due più grandi misteri. La Donna con le sue mille frammentazioni contempla il mistero di Dio, il vertice della fede è la contemplazione che è visione e silenzio.

La Donna e Dio, probabilmente la stessa identica cosa.

Riprendendo le parole di Alda Merini, che in una delle sue liriche più belle scriveva “mi basta un’immersione nell’anima e vedo l’universo” il regista siciliano sottolinea come questo sia stato il percorso per il suo nuovo spettacolo di cui ha curato regia e scritto la drammaturgia. Un’immersione nelle visioni dell'essere umano, alla ricerca disperata, confusa, sofferta, gioiosa, di quel Dio che lo abita, l’universo a noi sconosciuto. Tutto ciò attraverso la storia di una giovane francese e di un nazareno morto duemila anni fa.

Tante le domande. A cosa serve oggi essere martiri? A cosa serve oggi una fede che, alle volte, disumanizza? Dobbiamo avere FEDE perché Dio esiste o vivere quotidianamente perché Dio esista?

Le risposte non si sono trovate, ma si è compresa una cosa. Non servono corazze e spade per questa ricerca, ma solo un’immensa fiducia nell’uomo, nella nostra capacità di creare il miracolo per una quotidiana rinascita.

E in conclusione un ultimo suggerimento: “toglietevi la corazza perché per questo spettacolo non vi serve”.

Un progetto ambizioso quello del bravo attore e regista siciliano, che muove i passi da questa premessa e inizia il suo percorso cercandolo nei silenzi della Pulzella, nei suoi drammi e nelle sue gioie. La vita dell’eroina francese raccontata attraverso immagini sceniche, suoni e poche, pochissime parole.

La drammaturgia originale nasce, anche ed in parte, durante la residenza artistica, con un cast di sole donne, tutte siciliane, attraverso l’approfondimento e lo studio di testi inerenti il mito di Giovanna d’Arco quali quello di Schiller, di poeti e narratori francesi quali, tra gli altri, Eusteche Deschamps, Jean Meschinot, Christine de Pizan, Chastellain, testi biblici e drammaturgie già esistenti.

Lo spettacolo ha debuttato Domenica 3 Dicembre 2017 presso il Teatro Comunale Margherita per la stagione 2017/2018 con la direzione artistica di Moni Ovadia, per poi essere messo in scena al comunale di Comiso e ora al Palazzo del Parco di Bordighera.

Ingresso a pagamento: biglietto intero € 12,00 – ridotti € 10,00 e € 8,00

INFO: 338 6273449 – liber.theatrum@gmail.com – www.libertheatrum.com

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A Ventimiglia...

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