lunedì 3 ottobre 2016

Un tredicenne, alle prese con un massacrante lavoro in un'azienda di floricoltura, scopre un favoloso tesoro...

 "Il Tesoro", un racconto di Enzo Iorio tratto da una storia vera 

Enzo Iorio, insegnante e narratore

Pubblichiamo un racconto dell'autore ventimigliese, dedicato alla memoria di suo nonno, classe 1894, che a tredici anni lavorava in un'azienda di floricoltura.

IL TESORO 
racconto di  Enzo Iorio

All’inizio del Novecento l’Italia era molto povera.
Parlo della gente comune, ovviamente, e non di quei pochi privilegiati che si godevano il lusso scintillante della Belle Époque. Milioni di italiani mangiavano pane condito con crosta e mollica, quando andava bene, e la parola 'diritti' non aveva alcuna attinenza con il mondo del lavoro.

Se le varie regioni avessero fatto una gara della povertà sicuramente si sarebbe piazzata molto bene la zona alle spalle di Napoli, un territorio piano e acquitrinoso dove l’unica 'ricchezza' era l’orgoglio di vivere vicino alla città della Sirena, famosa in tutto il mondo per le sue canzoni e per il suo splendido golfo. Per il resto, di povertà ce n’era a non finire e impregnava di sé uomini, animali e cose.
Mio nonno, classe 1894, viveva proprio là, in un piccolo paese di campagna che non trovava spazio nemmeno sulle carte geografiche più aggiornate del Regno.
Laddove avrebbe dovuto esserci il nome del paese compariva la R della scritta 'Regi Lagni', ad indicare che da lì cominciava quel vasto reticolo di canali paludosi che dal punto di vista umano erano utili alla macerazione della canapa, mentre nell’opinione delle zanzare costituivano il più vasto parco di riproduzione e di divertimento che esse avessero mai potuto desiderare. Se a tutto questo aggiungete anche i pungenti effluvi che promanano dalla canapa in ammollo, avrete un’idea un po’ più chiara del posto di cui stiamo parlando. Tuttavia mio nonno non ebbe mai a lamentarsi di niente; per lui il suo paese era il più bello, e ogni cosa che accadeva era normale come la luna nel cielo sopra il Vesuvio.
Non ricordo quanti fratelli avesse il nonno, ma so che era il primogenito e che, all’epoca del fatto che sto per raccontarvi, lavorava già da un pezzo. Dalle cinque del mattino alle sette di sera, per sei giorni alla settimana, faceva tutto quello che un padrone senza scrupoli può pretendere da un tredicenne in un’azienda di floricoltura. A dispetto della gentilezza dei fiori, il suo lavoro era massacrante, specialmente nei periodi sotto le feste.
Quello che invece non variava mai, era la paga: sia d'estate che d'inverno, con la pioggia e con il gelo, era sempre esigua; bastava a malapena per soddisfare i crescenti bisogni alimentari dei fratelli più piccoli. Non avanzava niente per il resto; le scarpe, per esempio, erano considerate un lusso: venivano acquistate solo per eventi eccezionali ed erano calzate esclusivamente la domenica, prima di entrare in chiesa (e venivano subito tolte all’uscita).

Una mattina di maggio il nonno si sentì chiamare dal padrone:
— Tatò, vieni qua.
Tatò era il diminutivo di Antonio, lo stesso che anche mia nonna, anni dopo, usava nel rivolgersi affettuosamente al nonno. Era insolito che il padrone usasse quel nomignolo, normalmente si rivolgeva a tutti i suoi lavoranti, anche se non erano più ragazzi, dicendo semplicemente 'guaglió', con un tono sempre perentorio, autorizzato, oltre che dal ruolo, dai capelli, bianchi come le braghe che portava.
— Che tieni da fare stamattina, Tatò?
— I garofani sono al punto e ieri ho incominciato a coglierli, don Nicò. C’è fatica per oggi e per domani ancora.
— E allora sta bene così, la fatica quando è bene avviata si finisce da sola. Sai che c’è di nuovo Tatò, nei garofani può continuare qualche altro guaglione. Tu invece mi servi per un lavoro nuovo che voglio incignare stamattina stessa.
— Di che si tratta don Nicò? — chiese il ragazzo stringendo gli occhi per via del sole già alto.
— Vieni con me — rispose il vecchio senza aggiungere altro.
Il ragazzo lo seguì. Insieme giunsero oltre il perimetro dell’azienda, in un terreno che sembrava abbandonato.
— Lo vedi questo campo? — chiese il padrone calcandosi meglio la paglietta in testa.
Certo che Tatò lo vedeva. Era un fondo incolto, disseminato di erbacce e sassi. A occhio e croce doveva essere vasto almeno il doppio di quello utilizzato per la floricoltura.
'Saranno due moggi scarsi', pensò il nonno, che aveva un buon intuito per le misure.
— Sono quasi due moggi, — confermò Don Nicola incrociando le braccia sul petto. L’aveva detto come se parlasse a se stesso, con compiacimento. Poi si rivolse al ragazzo:
— E sai cosa ci voglio fare?
Tatò poteva immaginarlo, d’altra parte non c’erano molte alternative, ma si limitò a un lieve cenno di diniego con la testa.
— Certo, sei ancora piccirillo, Tatò. Certe cose non le puoi capire. I tuoi occhi qua non vedono altro che pietre e ortiche, ma i miei, occhi di vecchio, sanno vedere molto più avanti. Vedono che un giorno su questo campo abbandonato ci sarà una grande azienda, assai più grande di quella che ho adesso. L’ho sognato stanotte — continuò il vecchio — vedevo fiori di tante specie, uno più bello dell’altro, e io ero felice come se avessi trovato un tesoro.
Il ragazzo non l’aveva mai sentito parlare a quel modo; non sembrava il padrone di tutti i giorni, quello che dava ordini di poche parole e che si aggirava tra i lavoranti con lo sguardo sempre torvo. Pareva piuttosto un uomo che dialogava con lo specchio, confidandosi liberamente. Poi, dopo ancora pochi secondi di contemplazione, lo specchio si ruppe e il vecchio comandò:
— Allora siamo d'accordo, comincerai da qui: falcetto e badile, falcetto e badile, ti fai tutta questa striscia fino in fondo; poi riparti da laggiù e te ne vieni in qua. Poi ricominci.
Era ritornato il padrone di sempre e il piccolo Tatò in cuor suo si rallegrò di non esserci cascato, di non aver pensato nemmeno per un istante che il comportamento del vecchio fosse cambiato definitivamente. E forse ne fu anche contento, in un certo senso, dato che non era abituato a quel tono confidenziale che lo faceva sentire un po’ a disagio.
Prima di sparire, il vecchio aveva aggiunto:
— Mi raccomando, almeno di due palmi deve scendere il campo.

Alle due del pomeriggio il ragazzo spalava ancora; la terra era secca e dura come i basoli delle strade. Sin dall’inizio era apparso chiaro che quel lavoro non era una questione di falcetto e badile, ci voleva il piccone. Tatò aveva ottenuto di potersi far aiutare da qualcuno. In realtà gli erano stati assegnati due manovali da destinare alle carriole che servivano a sgomberare la terra che lui spalava. Tutti e tre insieme non superavano i trent’anni.
Il nonno maneggiava il piccone con destrezza. A torso nudo e scalzo, un paio di calzoni tenuti su con lo spago, le gambe leggermente divaricate, sollevava il pesante attrezzo fino a tenerlo dritto sopra di sé; poi, trattenendo il respiro, lo scaraventava al suolo provocando un suono sordo e cupo. A ogni colpo la terra si apriva, a volte solo di un pugno, ma si apriva.
Poi un colpo fu diverso dagli altri. Se la dinamica muscolare era stata la stessa, come pure la traiettoria impressa, fu quando la lucida lama percosse il suolo che l’effetto risultò differente. Non un rumore pieno e compatto, ma una voce tagliente, un po’ secca, come di un colpo d’accetta inferto a un albero cavo, anzi, più acre e sonora, che sapeva di ferro. Il ragazzo picchiò ancora e ne ottenne una replica. Ma conosceva abbastanza il mestiere per sapere che il messaggio che la terra mandava non era affidabile se non ribadito tre volte. Poteva essere un sasso, un grumo di terra più densa, un osso di qualche animale... Il terzo colpo arrivò puntuale e appena un po’ più deciso, 'se deve spaccare, che spacchi'. E invece non spaccò: di nuovo quel suono tagliente di spada. In più, due scintille, due piccole stelle roventi, si sprigionarono dall’arida terra, ma non così deboli da venire offuscate dal limpido sole di maggio. C’era qualcosa là sotto, il ragazzo ne fu quasi certo. Con colpi più brevi e mirati saggiò ogni palmo lì intorno, e nel farlo provava emozione, sembrava snudare qualcosa. E poi vide il ferro, una striscia larga tre dita. Ma c’era anche il legno...

Quando don Nicola ordinò di aprire il forziere il piccolo Tatò si sentiva il cuore in gola.
Il ragazzo aveva aspettato di essere sicuro che non si trattasse di un’inezia, prima di avvertire il padrone. Si era fatto dare una mano dai due compagni per scoprire, a mani nude per non fare danni, che si trattava di una cassa di legno cintata di ferro e chiusa con un grosso lucchetto arrugginito. Solo allora era stato avvertito il padrone che, tuttavia, non aveva tradito la benché minima sorpresa ed era giunto sul luogo con flemma, ostentando un atteggiamento distante, quasi fosse capitato lì per caso.
Nel giro di pochi minuti gli operai dell'azienda erano tutti lì. Bisbigliavano commenti, qualcuno si fece perfino il segno della croce. La parola che ognuno pensava e nessuno osava pronunciare era 'tesoro'.
Quando due lavoranti forzuti ebbero l’ordine di sollevare il forziere e lo adagiarono qualche metro più in là, i tre piccoli operai che avevano sudato sette camicie per disseppellirlo dovettero sgomitare per riguadagnare il posto in prima fila. Mio nonno stringeva il piccone davanti a sé come un manubrio, perché a nessuno sfuggisse chi era stato l’artefice della scoperta.
Il momento era solenne, come quando viene riesumato un cadavere. Forse per questo il padrone cercò di ironizzare esclamando:
— Jamme, guaglió, arape ‘stu tavuto.
Che in Italiano vuol dire 'andiamo, ragazzo, apri questa bara'.
Tatò capì che era arrivato il suo momento. Allargò le braccia per farsi spazio e piantò bene i piedi a terra. Con calma, si sputò fra le mani e afferrò saldamente il manico del piccone. Non volava una mosca. Il ragazzo sollevò l’attrezzo lentamente e sferrò un solo colpo, secco e deciso. Il lucchetto saltò via, perdendosi fra i piedi dei presenti. Allora mio nonno lasciò cadere il piccone per terra e si inginocchiò davanti al forziere.
Solo più tardi si rese conto che mentre aveva sollevato il coperchio con tutte e due le mani, aveva tenuto gli occhi chiusi. E solo più tardi, ripensandoci, si ricordò che nonostante gli occhi chiusi gli era parso di vedere una luce dorata accendersi davanti a lui.
Con l’udito invece percepì nettamente lo schietto vocio di stupore liberato dagli operai. Un attimo dopo la parola 'oro' si rincorreva di bocca in bocca, intrecciandosi come una catena. Ma, così come perfino le catene più robuste possono essere spezzate sotto l’impatto di un colpo ben assestato, anche quella si frantumò allorché un nome più forte venne esploso dalla gola del padrone, con una perentorietà da risultare un ammonimento indiscutibile: RAME.
Ora bisogna dire che, all’epoca in cui si svolsero i fatti, l’oro, per la maggior parte della gente del posto, era poco più che una leggenda. Pochissimi lo avevano visto per davvero. Nessuno, per giunta, aveva mai avuto modo di vederlo sotto forma di lingotti, che erano propriamente gli oggetti rinvenuti nel forziere.
Col grido del padrone fu come se fosse tornato improvvisamente il buio; siccome però lo scetticismo degli operai era palpabile, don Nicola portò altri argomenti e disse che in quelle cose bisognava andarci cauti, che lui voleva essere prudente e preciso e che perciò aveva deciso di interpellare l’ingegnere per fargli esaminare il RAME ritrovato e chiedergli se poteva valere 'qualche soldo'. L’ingegnere, che i lavoranti avevano notato una o due volte in visita all’azienda, era un ricco ed elegante professionista di Napoli che pareva avesse qualcosa da spartire col padrone. Al sentirlo nominare, il brusio si attenuò di colpo poiché gli operai pensarono che sicuramente una persona istruita avrebbe confermato la presenza di quello che essi, pur senza averlo mai visto prima, erano sicuri fosse oro, perché era così che l’avevano sempre immaginato.
Il padrone, approfittando del momento, batté quattro volte le mani e gridò:
— Sveglia, sveglia, adesso tornate al lavoro, ché il tempo è denaro.
Poi, a parte, disse a mio nonno di lasciare tutto com’era e di riporre gli attrezzi. Inoltre, strizzando un occhio in maniera plateale, aggiunse che, comunque fossero andate le cose, sicuramente ci sarebbe stato un bel premio per lui che aveva ritrovato il forziere. Intanto, per quel giorno, il ragazzo ebbe il permesso di uscire prima dal lavoro.
Tatò era talmente felice che tornò a casa correndo, si lavò e si mise la camicia bianca dei giorni di festa. Poi andò davanti alla chiesa. Era maggio, il mese della Madonna. Mio nonno attese che finisse il Rosario e tra le donne che uscivano cercò Maria Concetta. La vide e la seguì per un pezzo. In un tratto deserto, la fermò e si dichiarò. Una splendida camelia spuntò da sotto la sua candida camicia.
Si fidanzarono e diventarono i miei nonni.

Il giorno seguente Tatò tornò al lavoro, ma il lavoro non c’era più. L’azienda era stata abbandonata durante la notte. Non c’era nemmeno il padrone. E naturalmente non c’era più neanche il forziere.
Nei giorni successivi gli operai faticarono non poco a convincersi che all’improvviso, dalla sera alla mattina, il padrone era diventato irreperibile e loro avevano perso definitivamente il lavoro. Molti precipitarono in una disperazione che durò parecchi mesi.
Solo Tatò non riuscì a rattristarsi.
Lui il suo tesoro l’aveva trovato.

Enzo Iorio




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