venerdì 25 novembre 2016

25 novembre 2016, un racconto di Enzo Iorio contro la violenza

Protagonista una ragazza di tredici anni, il racconto di Iorio narra di una paura ancora inespressa, frutto di una violenza nascosta, che però fa già male.


In occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne, pubblichiamo un breve racconto di Enzo Iorio.

GIULIA-LA-PIASTRELLA
racconto di
Enzo Iorio

Sono morta.
Sto qui, per terra, in mezzo al corridoio, e sono morta.
Dentro di me non c’è più nulla. Vita, sangue, anima, … tutto: basta, finito. Come in quei pomodori troppo maturi che mia madre dimentica sempre in fondo al frigo.

Forse lui mi ha sparato. Non so. Non ne sono sicura. Non ho sentito un colpo e nemmeno quella fitta lancinante — come avevo letto in un racconto dei Piccoli Brividi. Niente. Semplicemente sono crollata a terra all’improvviso. Stramazzata al suolo — credo che si dica così.
Puff. Ecco come si muore. Non è difficile, anzi, è facilissimo. Non è una cosa che devi imparare, credo che chiunque ne sia capace, anche se hai solo tredici anni basta che ti lasci andare e vai.
Il pavimento è freddo, ma è piacevole, sento il mio corpo che perde calore. La nuca, le spalle, stanno assorbendo piano piano la temperatura delle piastrelle. Forse tra un po’ mi scioglierò per diventare una sola cosa col pavimento e quando mia madre e mia sorella rincaseranno, mi calpesteranno senza neanche accorgersene.
— Dov’è Giulia? — si domanderanno.
E mi cercheranno per giorni e giorni e poi per mesi e mesi, senza riuscire a trovarmi.
— È come … è come svanita nel vuoto — dirà mia sorella.
— Non dire scempiaggini — la rimprovererà mia madre.
— Ma era solo una metafora — protesterà mia sorella.
— Beh, allora se proprio vogliamo, è una similitudine, non una metafora. C’è una bella differenza, cara — correggerà mia madre.
E intanto io, Giulia-La-Piastrella, griderò con tutta la mia voce:
— Sono qui, brutte stronze, sono proprio sotto i vostri piedi.
Ma loro non mi sentiranno. Io continuerò a gridare:
— Basta che guardiate con un po’ di attenzione, vi prego, solo un po’ di attenzione.
Ma sarà come in un sogno, loro non potranno sentirmi perché la voce non mi uscirà dalla gola. E andrà avanti così per mesi, fino a quando non si abitueranno all’idea che non esisto più. Ecco, questo mi interesserebbe saperlo: quanto tempo passerà prima che si dimentichino completamente di me? È difficile dirlo, perché mia madre, essendo appassionata di gialli e di misteri, queste cose non le dimentica facilmente. Per cui mi immagino che anche tra parecchi anni, ogni tanto si domanderà:
— Chissà come è andata veramente.
Però a pensarci bene, non mi piacerebbe che finisse in questo modo. No, è troppo rassomigliante a quello che succede normalmente ogni santo giorno. A tavola, per esempio, quando io cerco di raccontare qualcosa e loro non mi stanno a sentire. Hanno sempre qualchecos’altro da fare, cacchio, tutte e due. Magari siamo a cena e io lì che vorrei raccontare una cosa che mi è successa a scuola durante l’intervallo, ma mia madre fa:
— Aspetta, fammi sentire cosa dice quella cretina.
E la cretina è una di retequattro che racconta sempre un sacco di pettegolezzi sui personaggi della tv.
Oppure è mia sorella che, con il boccone in bocca, mi urla:
— Fammi sentire la risposta, porca miseria.
E la risposta è il titolo di una canzone nel programma di quello scemo di raiuno.
Certo, so benissimo che se però parlo di scuola, di voti, intendo, mi stanno a sentire. Non solo, mi chiedono anche quanto hanno preso le mie compagne e che cosa mi ha chiesto la prof, e se la figlia di Tizia ha saputo rispondere meglio di me, e perché non ho preso ottimo come la mia amica Laura che prende sempre ottimo anche se è di qualche mese più piccola di me, e se sono capace di far valere le mie capacità, e se ho la lingua sciolta solo quando si tratta di contestare in casa, e se ci sono o ci faccio a essere veramente a volte un poco stupida e imbranata, perché tanto lo sanno tutti che per prendere sempre ottimo basterebbe semplicemente stare bene attenti in classe e studiare un pochettino di più a casa, eccetera eccetera.

Mi piace essere morta. C’è un gran silenzio. È come essere in un enorme vuoto che ti avvolge e ti isola allo stesso tempo. È bello starsene isolati, anche se a volte ho un po’ paura a stare sola in casa. Non perché temo che lui possa farmi davvero del male: lo dice, ma so che mi vuole bene.
Ho paura soprattutto di quello che non c’è, del vuoto appunto. È come se temessi di essere divorata.

Da oltre la porta delle scale arrivano solo piccoli rumori lontani. Qualcuno sta usando l’ascensore, sento i cavi di acciaio che sbatacchiano debolmente e un po’ stridono, ma forse è solo la mia immaginazione, oppure è qualcosa che sta accadendo realmente, ma è proprio lontanissimo, all’ottavo piano, forse. Tutto sembra distante, come in un altro pianeta, o in un’altra dimensione. Scivolo in un senso di torpore, caldo, fluido come una colata di miele nella tazza del caffellatte.

E poi all’improvviso arriva questa esplosione sonora. Un tuono, un boato che mi squassa il cuore … ed è così che mi sveglio di soprassalto.
— Giulia, — fa mia madre — cosa ci fai qui per terra!?
— N-niente, n-non stavo facendo niente, — riesco a farfugliare come una povera allocca.
— Niente? Santo Dio, Giulia, non ti annoi a passare il tempo senza far niente? Spero almeno che tu abbia finito i compiti e avviato la lavastoviglie…

Enzo Iorio

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