giovedì 27 luglio 2017

Taggia, il Banchéro porta in scena il Coriolano

Giovedì 27 Luglio, Anfiteatro del Castello, ore 21.30


Giovedì 27 Luglio l’Anfiteatro al Castello di Taggia ospiterà l'ultima serata dellìedizione 2017 di Taggia in Teatro, organizzata dalla Associazione Culturale Teatro del Banchéro, grazie al contributo del Comune di Taggia.
In questa occasione il Banchéro affronta per la prima volta un testo di Shakespeare con un gruppo di attori, tra i migliori allievi dei laboratori teatrali organizzati dall'Associazione. Si tratta di "un testo duro e difficile ma incredibilmente attuale". Nella splendida cornice del restaurato Castello di Taggia.



Coriolano
In scena: Massimiliano Antonelli, Andrea Bellanova, Alessandro Cirilli, Mauro Gambino, Ambra Ghiglione, Marta Laveneziana, Giovanna Marzuoli, Antonio Napodano.
Regia: Giorgia Brusco
Scritta tra il 1607 ed il 1608, Coriolano è l'ultima tragedia di Shakespeare ed è in gran parte tratta dalla “Vita di Coriolano” nelle vite parallele di Plutarco, tradotte nel 1579 da Thomas North. Nel canone shakespeariano, Coriolano appartiene alle tragedie storiche di argomento romano (assieme a Giulio Cesare e Antonio e Cleopatra) ed è anche l’ultima tragedia del poeta. A Coriolano seguiranno infatti i cosiddetti “romances”. Coriolano è forse l’unica tragedia “politica” di Shakespeare, nel senso che qui il conflitto tra il popolo e l’eroe è di natura sociale e non solo psicologica: sono gli anni in cui nasce la prima forma di “repubblica” ed il popolo riesce a far eleggere dei rappresentanti (i Tribuni della plebe).
Coriolano, uomo di poche parole, privo della retorica dei politici e più avvezzo alle armi che ai protocolli della democrazia, è però l’unico vero non-politico della vicenda: ciò sarà la causa della sua rovina (più che l’orgoglio e la superbia di cui sembra nutrirsi). Coriolano è un eroe “solo”: per lui non vi è posto né nella politica né nella comunità. Tutti lo tacciano d’orgoglio, ma non è questo il suo problema: la sua riluttanza a vantare le proprie imprese, e ancor più a sfruttarle a fini politici, fa piuttosto pensare ad una vera e genuina umiltà. Egli possiede l’attrattiva di un uomo che non sa mentire, il fascino e la goffaggine di un giovinetto: vittima di una madre (Volumnia) vorace e opprimente, Coriolano è allo stesso tempo un dio della guerra ed un bambino troppo cresciuto.
Nella messa in scena, Coriolano è tragedia politica più che storica, intendendo “politica” come movimento dialettico della storia, storia come rapporti dialettici dei gruppi umani e dei loro interessi in contrasto, e, all’interno dei gruppi umani, delle classi, dinamica dei rapporti tra l’uomo singolo, la propria classe e quella opposta ed infine - nella dinamica dei rapporti pubblici - rapporto dell’uomo singolo con se stesso, con le proprie contraddizioni. 

Assai più della tragedia dell’orgoglio, come tanta critica romantica e post-romantica ha voluto intendere, essa contiene anche la tragedia di un orgoglio in una azione drammatica estremamente più complessa e più vasta, tutta tesa sostanzialmente a rappresentare la storia nel suo stesso divenire - uomini e idee e conflitti - in cui l’entità umana assume il ruolo, di volta in volta, di protagonista e di coro al tempo stesso. Lo spettacolo è ambientato in un tempo sospeso dalla realtà storica, ma per questo riconducibile a qualsiasi realtà passata o futura. 
I costumi e il trucco dal gusto steampunk, l'esaltazione della fisicità della tragedia, il colore rosso del sangue sono le dominanti di una messa in scena essenziale e cruda, e per questo efficace.

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