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Quando si faceva colazione con pane e aringhe

L'incontro di Gregorio con due "saraceni" dei bricchi

"L'angolo di Avrigue", invito alla lettura di Francesco Biamonti.
Il frammento di oggi è tratto da "L'Angelo di Avrigue".
Quello che mi colpisce di questo brano, quasi un bozzetto di genere, è l'appellativo utilizzato dall'autore per indicare due personaggi molto marginali rispetto alla trama.
Li chiama "saraceni", nome con cui sono designati genericamente gli Arabi, anche se in realtà i due cinquantenni si presentano con nomi e patronimici perfettamente liguri. Lascio a voi le elucubrazioni sul perché di questa scelta.
Alla prossima e... buon vento largo
Enzo Iorio

[...]
Sotto il crinale incrociò un sentiero un po' più marcato, che andava pianello verso la rupe. Sul ciglio stavano seduti due uomini. Facevano colazione, trangugiando pane e aringa.
- Eh! noi di fame non si muore. Vuol favorire?
- Grazie! Ma ho preso il caffè adesso.
- La fame è fame, non c'è caffè che tenga.
Erano due cinquantenni, tutt'e due alti e magri, due saraceni dei bricchi. Gli sembrava di conoscerli, egli disse.
- Ci conosciamo sì. Io sono Giuanin de Vitò.
- E io Vitò de Giuà, - aggiunse l'altro fulmineo.
- C'era anche penuria di nomi ad Avrigue?
[...]

Francesco Biamonti, L’Angelo di Avrigue, Einaudi, Torino, 1983

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